Anna Carotenuto, Guardare la Parola. La Risurrezione di Lazzaro
L’episodio del ritorno in vita di Lazzaro è riportato unicamente dall’evangelista Giovanni ed è l’ultimo miracolo avvenuto prima della passione e morte di Gesù (Gv 11,1-44). Dal punto di vista storico non è possibile stabilire se il miracolo sia realmente accaduto. Nonostante l’assenza del racconto nei vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), molti studiosi ritengono, tuttavia, che l’episodio non sia un’invenzione di Giovanni, ma che l’evangelista abbia attinto ad una tradizione preesistente, rielaborandola secondo le sue prospettive teologiche. Infatti questa “collocazione” fa del racconto la prefigurazione della risurrezione di Gesù.
Il Nazareno sta ormai percorrendo l’ultimo tratto di strada, ma su questo cammino splende la risurrezione di Lazzaro come una promessa: la morte non è la fine, né del Figlio di Dio né di tutti gli uomini. Dal punto di vista iconografico, il miracolo è in assoluto l’episodio neotestamentario più diffuso nell’arte delle catacombe, dopo il Buon Pastore. La struttura della raffigurazione è cambiata nei secoli. Il più antico tipo di composizione presenta Cristo e Lazzaro, a cui si aggiungono, successivamente, una delle sue sorelle e un apostolo. Il modello che conteneva parecchie figure si è sviluppato nell’arte siro-palestinese e si è perpetuato nel Codice Purpureo di Rossano (un mano-scritto del Nuovo Testamento, in pergamena colore porpora – da qui il nome “Purpureo -, di straordinario interesse dal punto di vista sia biblico che religioso, sia artistico, sia paleografico che storico e sia documentario); il gruppo degli ebrei e degli apostoli che accompagnano Gesù per vedere il miracolo può essere più o meno numeroso e, a partire dal VI secolo, ci sarà una persona che porta una mano al naso o alla bocca.
Il gruppo raffigurato nella nostra tela è composto da dieci persone. È possibile raggrupparli in tre gruppi di tre oltre Gesù: Lazzaro con i due uomini a sinistra, i tre apostoli a destra, le tre donne al centro.
Sul lato destro, in primo piano, c’è Gesù. Ha l’aureola e la mano destra alzata verso Lazzaro. È la mano di Dio, anzi il dito di Dio. Esso ricorre per ben tre volte nell’Antico Testamento. In Es 31,18, quando vengono scritte le tavole della legge: “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio”. In Dt 9,10, dove si racconta lo stesso fatto: “l Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva detto sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea”.
Infine nel Salmo 8, sebbene al plurale, appare nel contesto dell’opera creatrice di Dio: “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, / la luna e le stelle che tu hai fissato, / che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, / il figlio dell’uomo, perché te ne curi?”. Per l’interpretazione tradizionale le dita della mano destra di Gesù, raffigurate in quel modo, indicano la SS. Trinità (le prime tre) e la doppia natura di Gesù (le ultime due). Il suo sguardo amorevole incontra quello di Lazzaro. Un incrocio di sguardi da cui traspare amore, quello vero, quello per cui si dona la vita per l’altro. Cristo non è solo colui che dà vita e che dona la sua vita, ma è egli stesso la Vita (cf Gv 11,25; 14,6).
Lazzaro, dal pallore cadaverico, sembra seduto sulla sua stessa tomba e ha ancora le mani ricoperte dalle bende.
Il primo gruppo di persone che si trovano dietro Gesù, potrebbero raffigurare Pietro (riconoscibile dalla barba) e Andrea suo fratello e un altro discepolo.
All’estrema sinistra è raffigurato un secondo gruppo di persone. Sono solo in due, ma la posizione di colui che dà le spalle all’osservatore, che guarda da tutt’altra parte, fa presupporre che i presenti siano molti di più. Sono i Giudei, menzionati dall’evangelista, conoscenti di Marta e Maria, arrivati a Betania per la scomparsa di Lazzaro. Storicamente sono quei giudei testimoni oculari dell’evento su cui si formulò l’atto di accusa per Gesù: “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: “Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione”. Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!”. Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo”. (Gv 11,46-53)
Oltre il dato evangelico, questi personaggi simboleggiano tutti coloro che non hanno fede, per i quali la resurrezione è un evento inaudito ed assurdo. Il secondo uomo, quello che ha la mano sinistra poggiata sulla spalla di Lazzaro, è posto in contrapposizione a tutti gli altri e guarda Gesù con uno sguardo sconcertato.
Il terzo gruppo è formato da tre donne. Davanti c’è Maria, inginocchiata verso Gesù. Colpisce l’elaborata pettinatura, sicuramente diversa da quella della sorella. Questo perché, a causa di un sermone di San Gregorio Magno, si è identificata Maria di Betania con Maria Maddalena e con l’anonima peccatrice pentita (oggi gli studiosi ritengono che siano persone diverse).
In secondo piano c’è Marta, colei che, nel brano giovanneo, fa una stupenda professione di fede nell’onnipotenza del Signore. Alla domanda di Gesù se credesse che lui fosse la risurrezione e la vita, risponde: “Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo”.
Infine la terza donna: l’orante. Credo che sia il vezzo più curioso di cui si può vantare la nostra opera che presenta una particolarità rara. Chi è l’orante dalla particolare postura? È una figura molto antica, presente in ambito funerario già presso il mondo romano e nella prima iconografia cristiana. A volte si è fatto coincidere l’orante con Maria, la Madre di Gesù e con la Chiesa.
Proprio quest’ultima persona sembra essere il fulcro di tutta la raffigurazione: è la Chiesa e perché no, la comunità parrocchiale cui è dedicata l’opera che rende gloria a Dio professando la fede in Gesù, sorgente di Vita vera. Non sappiamo se quest’opera è stata commissionata per la morte di qualche illustre personaggio o in seguito ad un’epidemia che aveva causato molti morti.
Anna Carotenuto
