San Gennaro condotto al martirio
Ignoto pittore
primo ventennio del XVIII secolo
cm 282×103 compresa cornice
olio su tela
Il dipinto raffigurante Gennaro, Desiderio e Festo incatenati al cocchio del Preside Timoteo, oggi collocato nella prima cappella a sinistra dall’ingresso della chiesa di San Gennaro del comune di San Gennarello, risulta nel Settecento documentato dalla platea di fondazione dell’edifico di culto: “Un’organo piccolo a cinque registri sopra il coretto, con un quadro bislungo rappresentante San Gennaro che tira il cocchio” (Archivio Storico della parrocchia di San Gennarello, Platea e Descrizzione di tutti gli effetti stabili, capitali, annui censi, ed arrendamenti, che possiede la Venerabile Parochiale Chiesa sotto il titolo di S. Gennaro, eretta nella Terra di Ottaiano Diocesi di Nola […], f. 22r). Risalta subito all’occhio l’anomalo formato del dipinto, forse concepito originariamente per essere incassato in un elemento d’arredo della chiesa o a decorare un apposito spazio della parete di controfacciata dove aveva sede il coretto descritto dalla fonte.
La forma “bislunga” del dipinto, ben si accorda alla complessa ed articolata scena ritratta: i due fulcri della composizione sono rappresentati dal cocchio su cui troneggia il preside Timoteo fiancheggiato da paggi e cani e dal trittico composto da Gennaro, in posizione centrale ed identificato dalla mitria e dal piviale ed i due compagni martiri, ossia Desiderio e Festo posti ai suoi lati e al di sopra dei quali si intravede una gloria di angeli.
Il movimento orizzontale dei personaggi e la concitazione della scena sono enfatizzati dai cavalli che trainano il cocchio, leggermente impennati e dalla torsione dei carnefici che incalzano i tre personaggi. Un altro personaggio visto di scorcio ed in abiti militari, precede il corteo a cavallo reggendo un vessillo rosso, mentre sul lato opposto assistono alla scena un gruppo di personaggi ammantati con le mani alzate e gli indici rivolti alle figure centrali, identificabili probabilmente con popolani o seguaci dei tre martiri. Fa da quinta un paesaggio aperto, movimentato da alture in visione prospettica e marcato da rada vegetazione e da costruzioni turrite isolate.
Il sapiente accostamento cromatico, giocato sull’uso dei rossi brillanti e dell’azzurro conferisce luce alla scena mettendo in risalto il movimento concitato dei personaggi e dei panneggi dei carnefici in contrapposizione con la rassegnata pacatezza dei tre martiri.
L’opera trova un preciso riscontro iconografico nel medesimo episodio narrato in uno dei quattro bozzetti realizzati da Battistello Caracciolo per l’affrescatura della volta della cappella di San Gennaro nella chiesa della Certosa di San Martino a Napoli.
Le caratteristiche formali del dipinto di San Gennarello riconducono l’opera ad un artista memore dei modi di Luca Giordano.
Nicola Castaldo, Antonia Solpietro
Bibliografia: Inedito
